Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia

 
Comitato Provinciale di Roma
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Convegni......... ............................................... ...... ...................................................Atti del Convegno


Elaborazione grafica di Franco Marchiolli


PROGRAMMA

Ore 9,30 Introduzione e moderazione Convegno
- Prof.ssa Donatella Schürzel
Vice-Presidente Comitato Prov. A.N.V.G.D.

Ore 9,45 Saluti
- Oliviero Zoia
Presidente Comitato Prov. A.N.V.G.D

Ore 10,00 Apertura lavori e prolusione storica
- Prof. Giuseppe Parlato
Rettore Libera Università
degli Studi “S.Pio V”

Ore 10,15 L’ebraismo a Trieste
- Dott.ssa Silva Bon
Presidente Ist.per la Cultura ebraica-Trieste

Ore 10.35 L’identità culturale fiumana come identità
di frontiera.
- Prof. Gianni Stelli
Direttore editoriale Rivista “Fiume”

Ore 10,55 Pausa

Ore 11,15 L’Istria da Stuparich a Tomizza:
coralità delle dimensioni umane e storiche.
- Dott.ssa Patrizia C. Hansen
Direttore responsabile “Difesa Adriatica”

Ore 11,35 La cultura della frontiera giuliana oggi tra
dialogo e muri.
- Dott. Massimo Greco
Assessore alla Cultura Comune di Trieste


Ore 11,55 La letteratura istriana e fiumana oggi.
- Dott.ssa Laura Marchig
Direttore “Dramma Italiano” di Fiume

DIBATTITO ORE 12,20.

“ L’Esodo e la cultura della frontiera”


Dott. Amleto Ballarini

Presidente Società di Studi Fiumani

On. Carlo A. Giovanardi
Presidente della Giunta per le Autorizzazioni
Della Camera dei Deputati

Prof. Giuseppe Parlato
Rettore Libera Università degli Studi
“ S.Pio V“

On. Lucio Toth
Presidente Nazionale
Associazione Nazionale Venezia–Giulia e Dalmazia

 

 

 

 

 

 

 

 


Moderatore del Dibattito
Prof.ssa Donatella Schürzel
   

 

Atti del Convegno


LA MEMORIA DELLA CULTURA


di Oliviero ZOIA


Il Comitato di Roma della Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, che ho l’onore di presiedere, è lieto di presentare nella sede prestigiosa della Libera Università “San Pio V” di Roma, questo convegno di studi sulla letteratura di frontiera.
Da sempre le rappresentanze degli Esuli giuliani e dalmati hanno ritenuto che, insieme con il doveroso impegno sul fronte sociale ed assistenziale, vada perseguita la strada della divulgazione qualificata della cultura, del patrimonio letterario, artistico, architettonico, musicale della Venezia Giulia e della Dalmazia, richiamando alla coscienza nazionale italiana la memoria di una civiltà antica, latina e veneta, sviluppatasi nei secoli sulla riva orientale dell’Adriatico in costante e mai interrotta relazione con la Penisola. Senza mancare, al contempo, di restituire all’opinione pubblica italiana la conoscenza degli eventi che, in particolare dopo la seconda guerra mondiale, hanno tragicamente coinvolto la popolazione autoctona italiana nei territori orientali.
Nel corso degli oltre sessant’anni da quegli eventi, gli Esuli hanno conservato tenacemente la volontà di diffondere fra quanti non ne erano a conoscenza quanto era accaduto ai "migliori italiani", come ci ha definito Indro Montanelli. E la cultura, la civiltà di confine hanno rappresentato e rappresentano una essenziale chiave di lettura della nostra storia.
Per questo motivo, l’aver voluto un convegno così autorevole ed averlo organizzato, grazie alla preziosa cortesia della Libera Università “San Pio V” e del suo Rettore prof. Giuseppe Parlato, che ringrazio, è motivo di orgoglio per coloro che, appartenendo alla seconda e terza generazione di Esuli, rinsaldano così il sentimento di appartenenza a quella storia, a quella cultura fortemente identitaria ma aperta alla convivenza con le presenze contermini.
A quanti vogliano approfondire lo studio delle più drammatiche pagine del secondo dopoguerra, attraverso le testimonianze di uomini e donne di cultura, questi Atti sono dedicati.


L’ISTRIA DA STUPARICH A TOMIZZA:
CORALITÀ DELLE DIMENSIONI UMANE E STORICHE


di Patrizia C. HANSEN


Questo convegno, dalle più voci, si inserisce perfettamente in quell’intelligente disegno di recupero e di valorizzazione della civiltà dell’Adriatico orientale, nei secoli pervenuta a coagulare intorno ad un sedimento fertile di cultura latina e poi veneta, occidentale, presenze anche molto diverse, e che ai nostri giorni può certamente insegnarci ancora molto in termini di convivenza, di interrelazione, di interscambio di persone, lingue, economie, saperi.
Un patrimonio eclissato dai totalitarismi di ogni segno che nel Novecento hanno travolto comunità e persone, causato diaspore e perdite irreparabili, cesure storiche ed intime. Una coltre di silenzio, nel secondo dopoguerra, ha coperto, come cenere indistinta, quelle vicende e l’esperienza drammatica dei singoli individui, che l’hanno coltivata in sé come un segreto. Di riflesso, quel silenzio si è riverberato, per decenni, anche sulla civiltà letteraria giuliana e dalmata, e, ancor più, sull’intera memoria della civiltà artistica prodotta in molti secoli nella feconda e costante relazione tra gli artisti delle due sponde adriatiche. Lo si evince facilmente da un pur parziale spoglio dei testi critici e antologici, che ancora in tempi recenti non contemplavano, o dedicavano pochi e superficiali accenni, alla letteratura italiana "di confine"1 , similmente a quanto si riscontrava sino a pochissimo tempo addietro – e in parte ancora oggi – in sede storiografica. La manualistica universitaria ha lungamente mancato verso quegli scrittori, ferma quasi all’asse Slataper-Svevo-Stuparich che esauriva, per così dire, il capitolo un po’ esotico della cultura di frontiera nella letteratura italiana. Un’assenza, questa, che discende, a mio parere, dalla rimozione operata, più generalmente, sulla storia del confine orientale.
Ora, l’attenzione verso quella letteratura è certamente cresciuta, complici i nuovi scenari storici generali: vorrei soltanto ricordare, a conforto, il qualificato convegno sulla letteratura di confine tenutosi a Roma nel 2001 presso l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana2 , e le ormai numerose iniziative che Trieste, con il Centro di Documentazione Multimediale (CDM), Roma con gli istituti di ricerca come la Società di Studi Fiumani e la Società Dalmata di Storia Patria, Firenze con il Gabinetto Vieusseux e il Fondo Istria Fiume e Dalmazia della Biblioteca Civica, dedicano da tempo a quei temi e a quegli autori.
Autori che, nati e formatisi in quei territori, hanno dovuto abbandonarli a seguito del trattato di pace del 1947, subendo così una privazione, una sottrazione, che hanno inciso sul loro percorso e naturalmente sulla loro poetica. "Un paesaggio – ha scritto Gilbert Bosetti – perfino nella sua accezione geografica, è sempre ad un tempo fisico e umano, oggettivo e soggettivo, […] spaziale e temporale; soprattutto nella memoria degli scrittori che, […] non hanno più dinanzi agli occhi le cose che rievocano. E pensiamo evidentemente agli esuli istriani". Lo scriveva il fiumano Enrico Morovich, che Gianfranco Contini inserì nella sua ‘storica’ antologia Italie magique3 : gli scrittori giuliani e dalmati sono come pittori ai quali siano stati sottratti i colori: è rimasto loro il tratto monocromo del disegno. La relazione tra accadere storico ed espressione letteraria, nel caso della produzione giuliana dell’esodo, è stato osservato, si dipana tra due dimensioni, della memoria e del silenzio: "memoria e silenzio – scrive al riguardo Stefano Verdino – costituiscono un legame eminentemente antitetico e ossimorico e rappresentano anche il segno ancipite di una controversa testimonianza verso luoghi per sempre perduti e ammutiti"4 . La lingua, dunque, si trova a dover mediare l’impossibilità di narrare esperienze storicamente drammatiche e intimamente laceranti con la necessità di dare loro forma nominandole: quello che, forse, può definirsi la ragione etica del narrare.

La letteratura giuliana e dalmata del Novecento, offre un variegato ventaglio di personalità diverse e diversamente ricche: da Giani Stuparich a Pier Antonio Quarantotti Gambini, da Franco Vegliani a Fulvio Tomizza, da Paolo Santarcangeli ad Enzo Bettiza, da Marisa Madieri ad Anna Maria Mori5 , per citarne soltanto alcuni. Nell’impossibilità, ovviamente, di soffermarsi su ciascuno, mi è consentito tracciare un rapido profilo di Stuparich, di Vegliani e di Tomizza, tre scrittori che possono senz’altro ritenersi come si suol dire, “classici”, senza nulla togliere, ed anzi con qualche rimpianto dovendoli trascurare, agli altri.


L’Istria di Stuparich

L’Istria di Stuparich e di Tomizza, il Quarnero di Vegliani. L’Istria marina e perduta di Giani, l’Istria contadina e mistilingue di Fulvio, il Quarnero dalle infinite inquetudini di Franco.
"Un mondo – nota Ernestina Pellegirini per i Ricordi istriani di Stuparich – fatto solo di mare e di campagna, con al centro l'isola, la mitica e omerica Lussino, abbacinata di sole, la sede di memorie foscolianamente familiari"6 , "una terra il cui fascino si raddoppia nello struggimento di una distanza irreparabile, come la ‘patria perduta’ e quasi celebrata da una condizione di esilio"7 .
La dimensione lirica della memoria e della contemplazione, la più connaturata a Stuparich, si incupisce infatti nella presa d’atto dei rivolgimenti crudeli della storia, che allontanano dolorosamente la consolante immagine di un’origine ancora intatta. L’esodo dalla sua Istria della popolazione italiana è vissuta e percepita con senso di straniamento:

Non molti giorni fa incontro per istrada, sulla riva del Canale, una donna alta, vestita di scuro, chiusa nella sua compostezza e semplicità provinciali, al modo caratteristico delle istriane. Ci guardiamo: un barlume di sorriso le illumina il volto tristissimo, i suoi occhi mi incoraggiano ad andarle incontro. In quel breve tratto la riconosco, ma com’è mutata!
È vero che son quasi tre anni dall’ultima volta che ci siamo visti, ma la magrezza impressionante in questa donna che ho conosciuto sempre prosperosa! La gaiezza abituale del viso è scomparsa, i suoi gesti sono rattenuti e stanchi, 1’occhio brilla ancora, ma come attraverso un velo.
"A Trieste, di passaggio?"
"No, siamo venuti via. Non si poteva resistere più oltre."
Anche lei, dunque! Lei, la tenace, ostinata, ottimista, che mi diceva sempre col suo bel sorriso: "Basta durare, le cose cambieranno. Io sono attaccata alla mia terra. Non mi sradicano. Non importano i sacrifici, s’inghiotte e si tace, ma verrà giorno..."
E quel giorno è venuto anche per lei e per i suoi, ma al rovescio di come lei se lo figurava, e l’ha accomunata con tutte le migliaia, le decine e decine di migliaia di profughi istriani che hanno dovuto lasciare ogni cosa cara8 .


Il confine di Vegliani

Della nozione storica del confine, linea di separazione e di relazione, sono pervasi romanzi di Franco Vegliani, nato a Trieste nel 1915 ma formatosi a Fiume dove visse sino al 1940 e spentosi nel 1982. È, quel confine, la "geografia dell’anima", come egli la definisce, che muove i personaggi e la loro inquieta ricerca del vero attraverso i dissidi della storia e della coscienza; è il tema dell’esilio esistenziale, della frattura, dell’imprevedibilità di una frontiera che investe gli individui e che diventa intima, intellettuale, luogo di rottura delle definizioni ordinarie e delle convenzioni, nazionali, politiche o morali che siano.
Della nozione storica della frontiera, "instabile più degli altre e più delle altre aperta agli attriti e alle mescolanze delle nazioni" si nutre il romanzo di Vegliani, La frontiera, apparso nel 19649 ed indicato da Claudio Magris come uno dei romanzi più belli della letteratura del dopoguerra, secondo in ordine di apparizione dopo Processo a Volosca10 . Il confine è qui protagonista del racconto ed oggetto di una relazione privilegiata, ‘occasione’ di confronto e di analisi che rende intellegibili percorsi e destini individuali e li sottrae alla caducità della memoria.
La frontiera (portato sullo schermo nel 1996 da Franco Giraldi) può definirsi un "romanzo della formazione" nel quale confine è percepito ed analizzato come entità storica ma è al contempo emblema della scabrosità dell’esistenza intesa come somma di confini da valicare o da eludere. Un autore come Vegliani mostra di aver “ripensato” la sua origine in termini critici, esponente egli di una concezione della letteratura non già come modesto e consolatorio intrattenimento ma come forma alta di conoscenza, strumento di ricerca, di libertà espressiva, di confronto con l’accadere storico. Un confronto che si attua nel romanzo La carta coperta, riedito nel 2006 dall’Istituto Giuliano di Storia, Cultura e Documentazione (la sua prima edizione risale al lontano 1972). Qui Vegliani portava alla massima tensione, direi al calor bianco, i temi a lui cari: la progressiva acquisizione, da parte dei suoi personaggi, di una matura consapevolezza dell’inautenticità della vita comune, e di una “persuasione” interiore che riconduce l’individuo ad una verità morale esterna alla passiva accettazione dei destini individuali. Nella Carta coperta i temi peculiari dello scrittore si sommano e si intersecano nella ricerca di un’identità essenziale, al di là delle apparenze e degli abbagli, al di là del "caso e sui suoi intrighi, [delle] coincidenze misteriose e gli imprevedibili agguati di cui può essere disseminata una vita".
L’“occasione” è fornita all’io narrante – un giudice – dall’incontro con il giovane Voiko, accusato di omicidio. Questo giovane croato, che pure proviene dagli stessi luoghi natali del giudice, apre un confronto senza precedenti tra dimensioni storiche ed esperienze intime: il naufragio che l’io narrante sogna esprime l’aspirazione al conseguimento della libertà attraverso il mare, attraverso un "disastro" che è tale solo apparentemente ed è invece catartico, in quanto segna la "frattura con l’ordine del mondo", che è un mondo di pura convenzione e di deriva intellettuale.


In realtà io non ero “venuto via”. Molto più semplicemente, e anche in modo tanto più facile, non ero ritornato là da dove mancavo già da anni. Ed erano stati anni lunghi, di speranze e di disperazione, passati in guerra. Al momento del disastro, poiché per noi, per alcuni di noi almeno, proprio di disastro si era trattato, e della grande fuga, dell'esodo, come lo chiamarono dopo, io ero stato soltanto un assente. Quindi solo impropriamente un fuggiasco, dal momento che non conoscevo per esperienza diretta le cose da cui gli altri erano fuggiti. E questo non faceva che aumentare la distanza e aggravare le differenze tra me e Voiko. Non era l'età diversa quella che ci separava: era qualche cosa di ancor più incolmabile: due esperienze dissimili, o forse contrarie, vissute presso a poco con la stessa materia. [...]
Emozioni, ma preoccupanti emozioni, di cui forse non avrei fatto esperienza se Voiko non fosse arrivato e se, assieme a lui, non mi fossi messo a camminare per i nostri sentieri a precipizio, dove ogni pietra che si scostava con il piede piombava per decine di metri, e dove, solo che ci si inoltrasse un po' verso l'interno, si offriva l'opportunità di affacciarsi su baratri di cui non si conosceva il fondo.
Non era semplicemente il mare: il mare c'è dovunque. Erano il mare e il Carso, questa regione incredibile, unica, sospesa sugli abissi, sulle insidie, sulle acque invisibili e sprofondate, che ritornano in superficie come vortici al largo della costa. Natura, si capisce, e paesaggio: ma non occasionali, e non esterni. Calata, l'ho già detto, nel sangue, la nostra patria concreta: mia e di Voiko. [...]11


L’Istria divisa di Fulvio Tomizza

"[...] Esisteva – ha scritto Dario Fertilio ricordando Fulvio Tomizza sul “Corriere della Sera” – un’altra forma di malinconia, [...] strettamente legata a quella che correntemente viene definita ‘identità di frontiera’. Per Tomizza il sentimento di appartenenza all’Istria, [...] coincideva con il superamento della contrapposizione tra ‘italianità’ e ‘slavismo’". Divisa tra l’una e l’altra dimensione – spesso i suoi personaggi contadini parlano il dialetto croato –, l’anima di Tomizza riassumeva le tensioni di una doppia appartenenza che, per quanto egli tentasse di superare ed armonizzare, si ripresentava sempre storicamente e intimamente conflittuale.
Le sue prove successive hanno infatti sviluppato la riflessione sulle relazioni tra i soggetti nazionali presenti in Istria, con una marcata opzione per ruoli definiti: il cittadino, di cultura e lingua italiana, espressione della civiltà urbana, e il contadino, slavo o semi-slavo subalterno. Una irrisolta conflittualità nazionale, sociale, politica e culturale nella quale sembra in definitiva conchiudersi, per buona parte, il mondo poetico di Tomizza. Con il romanzo d’esordio, Materada, caratterizzato da un afflato sociale e umano raro tra gli scrittori contemporanei, l’esodo dell’intero paese nel secondo dopoguerra diveniva racconto corale del destino del piccolo centro istriano, dello sradicamento dei contadini, dell’incertezza di una nuova e sconosciuta dimensione di vita che mai avrebbe potuto essere eguale.
Con La ragazza di Petrovia (Mondadori, 1963) Tomizza tornava sul tema dell’esodo, inserendovi gli ambienti dei campi-profughi; qui immaginava vivere una giovane, combattuta tra la necessità di adeguarsi alle condizioni imposte dalla fuga e il richiamo alla terra natale: un conflitto che si sarebbe rivelato insostenibile. Il bosco di acacie (Mondadori, 1966) completava la “trilogia istriana” apertasi con Materada. Ai temi istriani, rimasti sempre centrali nella sua narrativa, lo scrittore dedicò anche Dove tornare (Mondadori, 1974), o Ieri, un secolo fa (Milano 1985).

Erano stati dieci anni di confusione e di prepotenze, che avevano colto di sorpresa una popolazione incapace di vivere staccata dalla città (la “nemica” Trieste) [...]; una gente per di più mistilingue, italiana e slava da sempre, fino ad aver perduto le appartenenze originarie, proprio nel momento in cui Italia e Jugoslavia si facevano la guerra e per quel lembo di territorio.
L'istigazione era venuta da Buje, il centro di case più nutrito entro un raggio di dieci chilometri, cui due campanili sulla più alta delle colline costituivano il fermo confine con il mondo, pur trovandosi già essi in zona straniera, vagamente avversa, dove prima si parlava un italiano in lingua, adesso il croato ufficiale. Dalla strada tortuosa erano scesi forestieri in giacconi di cuoio a inculcare odio nei coloni alle prese con una terra avara e scarsa, col risultato se non altro di sgravarli della cattiva coscienza di non versare più una parte del raccolto agli antichi proprietari [...].12


A lungo potremmo soffermarci sul romanzo più noto, forse, di Tomizza, La miglior vita, ma anche l’ultimo edito, Il sogno dalmata13 , meriterebbe una lettura attenta, che in questa sede si può soltanto suggerire. Uno studioso, Sergio Campailla, non ha mancato di ricordare "il dramma di una gente espropriata della propria terra e costretta allo sradicamento". Di "un mondo contadino sconvolto e messo in discussione, nelle sue radici più lontane [...] da dolorosi eventi della storia" parla Elvio Guagnini, che vi legge "le trasformazioni di un mondo contadino in cui si aprono contraddizioni e fratture tremende per sollecitazione di eventi storici e per una trasformazione generale di civiltà".


A un certo punto il mio compagno si fermò davanti a una porta sulla quale a matita era scarabocchiato il suo cognome: si era arrivati alla sua baracca e, salendo i tre identici scalini ed entrando per la porta identica a tutte le altre, pensai che se non fosse stato per quello scarabocchio, lui stesso si sarebbe trovato in difficoltà a indovinare quella giusta. [...]
E anche all'interno tutto sembrava squallido ma lindo e pulito, con tutte le poche cose al loro posto (perciò due volte più squallido, pensavo), e anche le donne erano identiche tra loro [...].
Mi fecero sedere a una sedia che avevano portato dal paese insieme ad altro poco mobilio.
Tutto mi pareva sconclusionato e asimmetrico là dentro, non c'era un punto centrale, o di riferimento, e non era né cucina né camera da letto, [...] sicché non sapevo cosa dire, se auguri, come state, avete bello, c' è aria buona, vi entra il sole. Mi guardai attorno, vidi un po' di luce filtrare dalla finestra, sorrisi.
"Faceva freddo, eh, quest'inverno?" chiesi.
Quali spropositi si possono dire ogni tanto. [...]
"Fogli di carta stavano per ore e ore appiccicati alla rete metallica" spiegò [Francesco]
"Oh, sì. La bora soffiava molto forte; ci scoprì anche il tetto della baracca" fece una delle donne, quella magra che cuciva sul letto [...].
E io chiesi: "E il mangiare, va, il mangiare?".
Il profugo si sedette meglio sulla sedia e mi spiegò, con il suo fare preciso: "C'è la caldaia in
cucina, che gli americani usavano per non più di trecento persone. Ora siamo in più di tremila". [...]
Allora, ormai abituato a quella penombra, vidi piovere luce da quelle fessure, tra una doga e l'altra delle pareti, e chiesi ancora: " Faceva molto freddo, eh, qua dentro?"
14 .

Per altri versi l’Istria ritratta dallo scrittore è stata piuttosto "contadina, slava e religiosa", di contro all’Istria marina e veneta di un Quarantotti Gambini o di uno Stuparich, e sia questo il segno di una "“diversità” [...] poi anche alla base della sua rappresentatività storica": una “diversità” che è – è stato notato da alcuni – elemento di valore ma anche "il limite della scrittura di Tomizza", polarizzata sulla contrapposizione tra civiltà borghese e civiltà rurale, cultura dominante e mondo subalterno. In questa cornice conflittuale, sospesa tra una profonda particolarità regionale che si profila quasi come inconsueta e gelosa “nazionalità”, e una identità faticosamente costruita per negazioni, si compendiano la personalità umanissima di Tomizza e la sua visione della storia.

 
 
 
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